Sette & culti

Tutto quel che serve sapere
prima, durante e dopo
aver lasciato

Sette con Controllo Mentale degli adepti

Premessa
Non è possibile delineare un percorso standardizzato di uscita da questo tipo di gruppi, per due grandi ordini di motivi: le differenze individuali e le caratteristiche specifiche del gruppo di appartenenza. Dovrebbe essere evidente che ciascun individuo è e resta diverso sotto l'aspetto psicologico; questo resta vero comunque, ma si deve purtroppo tenere conto anche dell'effetto uniformante e spersonalizzante causato dalla permanenza in sette particolarmente devastanti dal punto di vista del controllo mentale, per fortuna non tutte lo sono a tal misura. È e resta diversa la provenienza socio-culturale di ogni adepto; non sempre può dirsi lo stesso per l'ambiente di vita, almeno nei casi in cui esso viene interamente manipolato da quelle sette che spingono l'adepto a lasciare lavoro, famiglia, amicizie per dedicarsi anima e corpo all'impegno nel gruppo. Infine è diversa la “scintilla” che fa scattare la prima, aurorale consapevolezza dalla quale scaturisce poi la decisione di venirne fuori. È altrettanto doveroso distinguere in ogni particolare setta gradazioni diverse di controllo mentale, di distruttività, modalità diverse nell'uso di tecniche di condizionamento degli adepti: si va da situazioni assai pesanti, nelle quali l'ex adepto deve essere sottoposto a una vera e propria terapia riabilitante che può durare anche uno o due anni, fino a situazioni molto più morbide dove ci si può recuperare alla vita anche solo grazie ad un lavoro personale di rielaborazione, comprensione e ri-disciplinamento del proprio sistema psichico. Le descrizioni che seguono delineano quindi alcuni aspetti tra i più comuni in questi percorsi di uscita, rimarcando la possibilità che non tutte le situazioni possono essere esperite da tutti, e che la loro intensità e durata può variare anche di molto.

Fasi di uscita
Si possono generalmente identificare tre momenti diversi e successivi nel processo di uscita da una setta:

  1. acquisizione di consapevolezza sul carattere negativo del gruppo, e successiva decisione di uscita “fisica”;
  2. lavoro di comprensione e rielaborazione dell'esperienza, sia dal punto di vista intellettivo che emotivo;
  3. ricostruzione del percorso esistenziale.

La prima fase è estremamente variabile nei modi e nella durata. Può andare da “risvegli” repentini fino a lunghi mesi di alternanza tra momenti di recupero del pensiero analitico e di autonoma volontà e momenti di repressione e negazione di tali modalità considerate come pensieri “demoniaci” o “negativi”. Quanto più forte e quanto più profondamente penetrato è il “programma” mentale della impossibilità, fuori dalla setta, di salvarsi, avere un futuro, avere una vita o la semplice possibilità di prendere decisioni sensate, tanto più questa prima fase è lunga, difficile e dolorosa. Il tipo di aiuto adeguato a tale fase è essenzialmente il disporre di molte informazioni non prodotte dalla setta stessa e di un certo supporto emotivo e affettivo da parte di una persona non direttamente coinvolta. La seconda fase viene descritta per lo più come una fase di estrema turbolenza; alti e bassi emotivi, senso di libertà ma anche angoscia per la medesima libertà. Rabbia per tutto il tempo perso. Si affrontano situazioni penose di ogni tipo, assai ben descritte nella pagina delle testimonianze. Si corre il rischio di reprimere, negare, dissociare le emozioni che si provano in questa fase, è una cosa che si è stati allenati a fare così bene là dentro… Ma si corre anche il rischio di esprimere le medesime emozioni in modo distruttivo, ricorrendo a sostanze psicotrope, alcool, comportamenti sessuali estremi, fino, addirittura, al ricadere dentro un'altra setta. In generale, il tipo di aiuto adeguato a questa fase si compone di: contatti e scambi con altri ex membri, rielaborazione approfondita di quanto è accaduto, impegno a disciplinare il pensiero e a verificare accuratamente ogni proprio passo e ogni propria convinzione, impegno a mantenere il contatto con le proprie emozioni canalizzandole però verso vie non distruttive.
La seconda fase è il momento più critico di tutto il processo, ed è ancora più legata alle variabili individuali della prima. Quelle che seguono sono descrizioni di vissuti e situazioni tutte POSSIBILI ma non certe nel percorso d'uscita da una setta, elencate senza un ordine preciso e corredate da qualche suggerimento, il primo dei quali è: prendete coscienza che il malessere che provate in questa fase dell'uscita dalla setta è NORMALE. Dimenticate quel che vi hanno inculcato, che se aveste lasciato il gruppo sarebbero accadute cose negative, terribili, che non vi sarebbe stata più vita. È vero, state male, ma esattamente per il motivo OPPOSTO a quel che il programma della setta vi indurrebbe a credere: la vostra vita NON finisce, la vita adesso RICOMINCIA. Il vostro non è un dolore di morte, è un dolore di NASCITA.

- Dopo che ci si è trovati invischiati in qualcosa che sembrava una grande impresa sacra e/o umanitaria, una via per sviluppare la nostra vita oltre ogni limite, il raggiungimento di chissà quali consapevolezze, salvezze, saggezze… ci siamo resi conto, sempre di più man mano che ce ne allontaniamo, che non era nulla di tutto questo. Eppure ci abbiamo passato anni, là dentro. Come fidarsi ancora delle proprie capacità di discernimento? Nel caso si esca da una setta fortemente manipolativa potrebbe essere necessario l'aiuto di un consulente esterno; in altri casi resta valido il consiglio di disciplinare il pensiero, ri- verificare tutti gli schemi che utilizziamo per muoverci nella realtà, ascoltare e confrontarci spesso con persone amiche che non siano mai state membri della setta.
- Dopo la setta, ci accorgiamo che per tanto tempo abbiamo vissuto e operato scelte in un modo innaturale: agivamo in base ad imperativi interiorizzati derivanti dalla dottrina della setta, nel migliore dei casi, in base a ordini e a manipolazioni scientifiche dei processi decisionali individuali nel peggiore. Comunque siano andate le cose, finiti gli imperativi e gli ordini adesso la nostra capacità di prendere decisioni sembra essere ridotta o addirittura annullata. È una fase, ma possiamo ritornare a prendere in mano la nostra vita. Da soli. Solo che in questo momento la cosa ci richiede tanto lavoro, siamo lenti e meticolosi per ogni piccola decisione. Ma torniamo OK, a meno che le nostre capacità non fossero già compromesse prima di entrare. Magari addirittura siamo andati là per questo. In tal caso, semplicemente, dovremo rimetterci al lavoro con un metodo VERO, senza scorciatoie fittizie, insomma faremo quel che, nella setta, avevamo semplicemente rinviato.
- Nella setta siamo vissuti sempre con il pieno di “senso”, un senso della vita preconfezionato, avvolgente, onnipresente. La nostra “missione”, si chiamava così nella vostra setta? Ora c'è un gran vuoto, che significato mai può avere la nostra vita adesso? Non è altro che il contrasto con quella (falsa!) pienezza a crearci, ora che siamo fuori, stati depressivi, pensieri suicidi, disistima di sé e magari del mondo intero. È NORMALE sentirsi così. Di norma basterà a guarirci il ritrovato contatto con la realtà nei suoi colori, nella sua molteplicità, non più compressa dentro categorie in bianco e nero, così strette e unidimensionali. Ci vuole tempo. Anche qui, dipende da come eravamo prima di entrare. Ma di questo, forse, è meglio parlare una volta per tutte…
- I problemi che credevamo di esserci lasciati dietro le spalle entrando nella setta sono ancora lì. Potrebbe non esser cambiato nulla, oppure, se l'atmosfera non era così soffocante, se non abbiamo abbandonato le relazioni con la famiglia, il lavoro, gli amici non membri, se non abbiamo cessato del tutto di guardarci dentro, forse troveremo che in qualcosa siamo davvero migliorati, ma lo possiamo valutare solo ora, da fuori. In ogni caso le soluzioni miracolose che certe sette promettono, e talvolta sembrano mantenere, non ci sono state. Mai. Il processo di uscita allora includerà il riconoscere, riconsiderare, o addirittura il prendere coscienza per la prima volta di essere stati, anche prima della setta, reduci da altre relazioni disfunzionali: con i genitori, o con persone che hanno abusato mentalmente o sessualmente di noi, o con sostanze psicotrope e/o alcool. Se, prima, avevamo problemi di relazione col prossimo, forse le amicizie prêt-a-porter che le sette confezionano ci avevano illuso di aver chiuso con simili cose. Purtroppo invece le ritroveremo intatte. Ma ci sosterrà la certezza che solo ora, fuori, possiamo intraprendere qualcosa di reale per noi stessi, magari con l'aiuto di figure professionali affidabili, al posto dei consigli o delle “guide” ricevute da leader spirituali che forse erano messi peggio di noi.
- Abbiamo quasi un rigetto per ogni forma di altruismo, oppure vorremmo di nuovo aiutare qualcuno ma non ce la facciamo. Perché? Dentro la setta siamo stati probabilmente “pompati” con messaggi che ci rinforzavano continuamente sul significato altamente altruistico di quello che stavamo facendo. Credevamo non solo di salvare o migliorare noi stessi, ma di star contribuendo con ogni nostro sforzo alla salvezza e al miglioramento del mondo, del prossimo, e soprattutto di quel prossimo che era assieme a noi dentro la setta e andava incoraggiato in ogni modo a restare, nonché di quello che andava convertito “per il suo bene”. Abbiamo agito in buona fede, come del resto i nostri compagni di strada. Ma ora ci accorgiamo che tutto quell'impegno aveva in fin dei conti un unico scopo, portare acqua al mulino della setta: per mantenere intatto il patto di paura del mondo, della solitudine e/o della dannazione che ci legava tutti là dentro, destinavamo senza risparmio ogni energia a consolidare l'un l'altro la fede nella dottrina non appena qualcuno mostrava dubbi. Grazie ad una serie di messaggi ben congegnati avevamo finito col credere che tutto quel darsi da fare fosse l'incarnazione della Misericordia, della Compassione, o di altre lodevoli qualità, invece era qualcosa che ci allontanava dalla realtà, da noi stessi, da tutto ciò che non era la setta e i suoi cliché verbali che ci aiutavano a non pensare. Come riuscire ancora, adesso, a impegnarsi in altre attività ed essere certi che siano davvero altruistiche? Scegliendo settori privi di dinamiche di gruppo, puramente e solamente incentrati sul compito altruistico in senso stretto.
- Avvertiamo ancora il bisogno di quegli stati alterati di coscienza che erano parte della nostra giornata, prima; oppure, al contrario, a volte ricadiamo in essi involontariamente e magari nel momento sbagliato. Nel primo caso potremmo finire col cercarli in sostanze psicotrope o in altri comportamenti distruttivi; ma è bene ricordare che di per sé usufruire talvolta di stati alterati di coscienza è UN NOSTRO DIRITTO che, dopo il recupero dalla setta e del pieno controllo di noi stessi, possiamo procurarci in una infinità di maniere non distruttive: meditazione, preghiera, recitazione di mantra non sono in quanto tali strumenti da demonizzare, e con attenzione e disciplina possiamo ritrovare queste cose senza rischiare di metterle al servizio di una setta. Nel secondo caso occorre ricordare che tali ricadute in stati sub-coscienti sono NORMALI negli ex adepti di certi tipi di sette e possono durare anche uno o due anni dopo l'uscita.

La terza fase è quella della vera e propria ricostruzione, del ritorno ad una vita che del tutto o solo in parte si era interrotta negli anni della setta. Ma non è solo questo. Per la maggior parte di ex membri di sette, giunti magari alla fine della seconda fase, la sola idea di avere di nuovo un sogno, e di lavorare in vista di esso suscita al massimo un riso triste e amaro. In fondo, è stato proprio a causa dei nostri sogni e dell'illusione di realizzarli che siamo finiti là dentro, non è così? Siamo stati VIOLENTATI spiritualmente, le dottrine della setta hanno probabilmente colpito là dove eravamo più deboli, nei nostri sogni! È NORMALE che per un po' di tempo siamo assolutamente privi di motivazioni. Sarebbe come chiedere ad una donna che ha da poco subito violenza sessuale di innamorarsi e di avere rapporti sereni con un partner. Ci vuole tempo, elaborazione, tranquillità. Poi si “torna”, sicuramente. A proposito di questo, cito qui a mo' di conclusione parte di una testimonianza toccante; è anonima, ed è fornita dal Cult Awareness & Information Centre of Australia.

È possibile ricostruire la tua vita. Non potrai riavere indietro gli anni che la setta ti ha rubato, ma è possibile recuperare parte del tempo perduto. Io ho lavorato molto, molto duramente per tirarmi fuori da una famiglia di nascita gravemente disfunzionale, una vita di abusi emotivi, fisici e sessuali, la morte di una figlia, parecchi anni in una setta, e poi ancora del tempo in droghe e alcool “per dimenticare” e così via.
Io sono qui per condividere con te questo: prova ad impegnarti, a lavorarci, rielabora quel che ti è accaduto, impara a riconoscere i falsi miti che sembrano “verità” e che non vengono solo dalla setta, perché anche la società ne è piena, ritrova la volontà di acquisire nuove capacità e affina quelle che hai; se fai tutto questo, allora certamente PUOI costruire ancora una vita sana, funzionale, con dentro un sogno verso cui lavorare.


Lasciare una setta FA MALE ma poi...

Questa è una raccolta di testimonianze di ex appartenenti a sette riguardo a come si sono sentiti quando, finalmente, hanno deciso di uscire dal loro gruppo. Potrebbe darvi qualche intuizione sulla loro sofferenza e convincervi che di fronte ad essa non ci sono risposte facili.

Fa male scoprire che ti hanno ingannato; che ciò che avevi pensato essere “l'unica vera religione”, “il cammino verso la vera libertà” o “verso la Verità” era in realtà una setta a controllo mentale.
Fa male quando ti rendi conto che le persone alle quali implicitamente hai dato fiducia, che ti era stato detto di non mettere in discussione in realtà stavano gettandovi del fumo negli occhi, sebbene in qualche modo inconsapevolmente.
Fa male quando ti rendi conto che quelli che ti avevano detto essere i tuoi “nemici” dopotutto ti stavano dicendo la verità - ma ti avevano detto che loro erano calunniatori, ingannatori, repressivi, satanici, demoniaci, etc., e di non ascoltarli.
Fa male quando sai bene che la tua vera fede non è cambiata (solo quella in una organizzazione lo è), eppure sei accusato di essere un apostata, un traditore, un crea-guai. Ferisce ancora di più se simili accuse provengono da amici o familiari.
Fa male realizzare che il loro amore e accettazione era condizionato al tuo rimanere un membro stimato. Ed è ancora peggio se cerchi di eliminare questa sensazione. Vorresti solo dimenticare quelle persone. Ma se quelle persone sono tuoi familiari, o tuoi amici?
Fa male vedere lo sguardo di odio provenire da coloro che ami. Sentire quel silenzio assordante quando provi a parlare con loro. Ferisce ancora di più quando cerchi di dare un abbraccio ai tuoi figli e loro se ne stanno lì come statue facendo come se tu non ci fossi. È come una pugnalata quando il tuo partner ti guarda come un indemoniato e insegna ai tuoi figli a odiarti.
Fa male essere consapevole che devi ricominciare tutto da capo. Ti sembra di aver perso tanto tempo. Ti senti tradito, disilluso, sospetti di tutti inclusi la tua famiglia, gli amici, gli altri ex-membri.
Fa male quando ti scopri dentro un senso di colpa o di vergogna per quello che eri - e perfino per essertene venuto via. Ti senti depresso, confuso e solo. Ti riesce difficile prendere decisioni. Ti trovi a non saper cosa fare, adesso hai talmente tanto tempo - eppure ti senti ancora in colpa se dedichi tempo allo svago.
Fa male quando ti senti come se avessi perso il contatto con la realtà. Ti senti come se stessi fluttuando, e ti chiedi se veramente stai meglio ora che sei fuori e lontano da quella sicurezza che ti dava l'organizzazione, eppure sai bene che non puoi tornare indietro.
Fa male quando senti di essere completamente solo - che nessuno sembra capire quello che provi. Fa male quando realizzi che la tua fiducia in te stesso e la consapevolezza di quel che vali sono pressoché inesistenti.
Fa male quando devi affrontare amici e familiari con i loro “io te l'avevo detto”; a volte non te lo dicono, ma ce l'hanno stampato sulla faccia. Così ti fanno sentire ancora più stupido di quanto già tu non senta - e la tua fiducia in te stesso e la consapevolezza di quel che vali precipitano ancora più in basso.
Fa male quando realizzi che hai abbandonato tutto per la setta - la tua educazione, la tua carriera, il tuo patrimonio, il tempo e l'energia. E adesso magari devi ritrovare un lavoro, o ripartire di nuovo con la tua educazione. Come spiegare tutti quegli anni perduti?
Fa male perché, nonostante tu sia stato ingannato, sei comunque responsabile per essere stato tirato dentro. Tutto quel tempo buttato via… - almeno questo è quel che ti sembra: tempo buttato via.

Il dolore dell'angoscia
Lasciare una setta è come fare esperienza della morte di un parente stretto o della rottura di una relazione. Quel che si prova è spesso descritto come essere stati traditi dalla persona che si ama. Oppure di essere stati semplicemente usati.
C'è un processo angoscioso attraverso cui occorre passare. Tutti capiscono che una persona deve star male dopo una morte o una rottura, ma riesce più difficile capire che lo stesso accade in questa situazione. Non c'è nessuna cura istantanea per l'angoscia, la confusione, il dolore. Come per tutti i periodi di sofferenza, il vero guaritore è il tempo.
Alcuni si sentono in colpa, pensano che sia sbagliato sentirsi così male, ma non dovrebbero, perché È normale, NON è sbagliato sentirsi confusi, incerti, disillusi, in colpa, arrabbiati, sfiduciati. Sono tutte parti del processo. Col passare del tempo, i sentimenti negativi saranno rimpiazzati da pensieri più chiari, e da gioia, pace, fiducia.
Si, lasciare una setta fa male ma le ferite guariranno col tempo, la pazienza e la comprensione.

C'è la vita, dopo la setta.

I materiali di queste pagine sono in parte originali, in parte rielaborati da scritti di
S. Hassan, J Groenweld, M. Singer e altri il cui nome non ho potuto rintracciare.